La centrale di Paks lavora al 25% dopo il crollo del livello del Danubio

C’è un fiume che si sta prosciugando sotto gli occhi di tutti, e una centrale nucleare che deve fare i conti con questa realtà giorno dopo giorno. Alla data del 1 agosto 2026, la centrale nucleare di Paks, in Ungheria, produceva appena il 25% della sua capacità massima di 2.000 MW. La causa? Il livello del Danubio, sceso a valori così bassi da mettere a rischio il sistema di raffreddamento dell’impianto.

L’Autorità Ungherese per l’Energia Atomica (OAH) ha comunque tenuto a precisare che le riduzioni di produzione e i fermi dei reattori non hanno avuto alcun impatto negativo sulla sicurezza nucleare né sull’ambiente circostante. Insomma, un rallentamento pilotato, non un’emergenza fuori controllo, almeno per ora.

 

Due reattori fermati in pochi giorni

I numeri raccontano una gestione progressiva della crisi. L’Unità 3 è entrata in stato di arresto alle 15:00 (ora locale) del 29 luglio, dopo che gli operatori ne avevano ridotto la potenza di 237 MW il giorno precedente e di altri 243 MW il 29 stesso. L’Unità 1, invece, si è fermata alle 5:45 del 1 agosto, dopo un primo taglio di 254 MW il 27 luglio seguito da un’ulteriore riduzione del 50%.

Anche gli altri due reattori non sono rimasti indenni: l’OAH ha confermato un taglio del 50% sull’Unità 2 a partire dalle 7:00 del 30 luglio, e una riduzione identica sull’Unità 4 dalle 22:45 del 31 luglio. Quattro reattori, quattro storie diverse, un’unica causa a monte.

 

Un fiume ai minimi storici

Quanto è basso, in effetti, il Danubio in questo momento? La rete ungherese di monitoraggio idrico ha misurato, alle 16:00 del 1 agosto, un livello di meno 131 centimetri presso Paks. La portata si fermava a 745,9 metri cubi al secondo, mentre la temperatura dell’acqua vicino al letto del fiume toccava i 27,9°C, un valore piuttosto alto per un corso d’acqua che dovrebbe raffreddare un impianto nucleare.

Attenzione però: un valore negativo dell’idrometro non indica la profondità reale del fiume, ma solo la distanza dal livello di riferimento locale della stazione di misurazione. Una precisazione tecnica, ma utile per non fraintendere la portata del fenomeno.

Le previsioni non lasciano spazio a facili ottimismi. Un bollettino diffuso alle 10:36 del 1 agosto stimava il Danubio a meno 134 centimetri (con un margine di incertezza di 4 centimetri) per le 19:00 del 2 agosto, e a meno 135 centimetri (margine di 5 centimetri) per le 7:00 del 3 agosto. Un trend che, se confermato, porterebbe il fiume su livelli davvero eccezionali.

 

Lo spettro dello stop totale

Il premier ungherese Péter Magyar ha ammesso che uno spegnimento completo della centrale potrebbe diventare inevitabile se il fiume continuasse a calare. Secondo quanto riportato da fonti internazionali, l’impianto sarebbe costretto alla chiusura totale qualora l’idrometro raggiungesse quota meno 134 centimetri, la stessa soglia prevista per la giornata di domani. Il precedente minimo storico a Paks risalirebbe al 2018, quando si toccarono meno 98 centimetri, anche se questo dato non è stato verificato in modo indipendente su un archivio ufficiale.

Non è un dettaglio da poco, perché Paks fornisce normalmente quasi la metà dell’elettricità consumata in Ungheria. Per questo motivo i grandi consumatori industriali hanno già accettato di ridurre volontariamente i propri prelievi per circa 240 MW, mentre il governo ha autorizzato l’operatore di rete MAVIR a imporre tagli obbligatori all’industria, se produzione interna e importazioni non dovessero bastare. Una parte della produzione persa potrebbe essere compensata dal ritorno in funzione della centrale a gas di Százhalombatta, capace di fornire circa 400 MW aggiuntivi.

Nel frattempo l’OAH ribadisce che le modifiche alla produzione rientrano in requisiti operativi che non riguardano la sicurezza nucleare, e che il monitoraggio su tutti e quattro i reattori prosegue senza sosta. Resta da capire, insomma, quanto ancora potrà scendere un fiume già ai minimi, e quanto a lungo un impianto pensato per altre condizioni climatiche potrà reggere il colpo.

 

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